02/02/2012
Se non è proprio un ultimatum, ci somiglia molto. Berlino nelle ultime ore si è rifatta sotto con Atene. Il fondo per salvare il Paese è appeso ad un filo, lo stesso che al momento lega il premier ellenico Papademos. Delle numerose richieste presentate dalla Germania alla Grecia (punti imprescindibili per dare il via libera ai miliardi vitali promessi) poco e nulla è stato messo realmente in pratica. Il piano “maxi licenziamenti”, che pure è stato approvato dal Parlamento, è stato un fiasco dalle notevoli dimensioni. Dei 30mila dipendenti pubblici in esubero, infatti, si sono visti presentare il foglio di via definitivo solo in mille. Per altri diecimila lavoratori, invece, è scattato il prepensionamento con un aggravo ancora maggiore per le casse dello Stato.
Molto dipenderà dalla convocazione a Bruxelles (prevista per lunedì) del vertici a 17 e dal possibile accordo del governo Papademos con i creditori privati che dovrebbe essere in dirittura di arrivo.
A presentare il conto ad Atene in anticipo ci ha pensato Poul Thomsen, funzionario dell’Fmi e supervisore per il risanamento dell’economia greca. In un’intervista al quotidiano Kathimerini, Thomsen ha chiesto la drastica riduzione della tredicesima e della quattordicesima nel settore privato, portando tali mensilità in linea con quanto fatto da Spagna e Portogallo. Il funzionario del Fondo ha specificato che molto dipenderà dall’azzeramento dei costi derivanti da Enti statali e personale in esubero: “Tutti concordiamo che la Grecia soffre di un deficit di competitività. Per colmare questo deficit servono azioni su molti fronti, però è chiaro che gli stipendi sono abbastanza alti in rapporto con la produttività”. “Vogliamo garanzie - ha sentenziato Thomsen - perché il prestito sarà concesso prima delle elezioni. Si tratta di qualcosa che chiediamo sempre quando ci troviamo in queste situazioni. Lo abbiamo fatto anche in Portogallo”.
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