05/12/2011
L’unica strada possibile è quella che si percorre insieme
Si può sperare in un futuro se ci impegniamo a cambiare, promuovendo progetti lavorativi secondo criteri meritocratici per i lavoratori e sostenibili per le imprese
L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. Così recita l’articolo uno della nostra Costituzione. Infatti l’economia dello Stato, il benessere dei suoi cittadini, lo sviluppo economico e sociale, dipendono dalla capacità delle nostre imprese nel creare la ricchezza necessaria e quindi dipendono anche dalla professionalità e dall’impegno delle persone che vi lavorano a qualsiasi livello, ma dipendono anche da come la più grande impresa italiana, la Pubblica Amministrazione, riesce a realizzarsi raggiungendo il giusto rapporto tra costi e benefici.
Ma qual è lo status del lavoro nel nostro Paese? C’è forse un buon rapporto tra datori e lavoratori? Uno spirito di squadra? Vi è un vivo senso di appartenenza con l’impresa? Una complicità, un rispetto e una stima reciproca tra imprenditori e lavoratori?
I posti di lavoro nella PA sono stati creati per un’effettiva necessità dello Stato o anche per occupare persone che poi fanno poco o nulla , ma solo perché rappresentano voti nelle tante tornate elettorali?
Sopravvivono ancora ideologie che vogliono dare al meritevole e al lavativo lo stesso compenso, solo perché entrambi valgono una tessera? O ancora l’idea che il lavoratore a torto o ragione vada comunque difeso?
Questi non troppo nobili ed egoistici atteggiamenti sono alla base della nostra più grande capacità negativa, quella di generare liti. Tutti litigano con tutti. La contrapposizione regna sovrana, mentre la concertazione si avverte in misura assolutamente insufficiente, non solo nel mondo del lavoro, ma anche nella politica e tra le istituzioni.
Tutto ciò purtroppo non contribuisce al successo di questo Paese, ma al contrario lo deprime sempre di più.
Se sono questi i disvalori che dominano il mondo del lavoro beh, perché ci sorprendiamo se non siamo competitivi, se le aziende chiudono, se si perdono posti di lavoro e se le imprese fuggono all’estero?
Come possiamo sperare nel futuro se non ci impegniamo a cambiare questo clima con la buona volontà di tutti, con la concertazione e non con la contrapposizione sistematica, promuovendo progetti lavorativi secondo criteri meritocratici per i lavoratori e sostenibili per le imprese.
Diritti sì per i lavoratori, ma in conseguenza e nel rispetto dei doveri e dell’impegno che sono necessari per il successo, in ragione del quale, si creano le possibilità per concederli. Nulla si può dare se prima non lo si crea.
Insomma, non si può fare l’interesse di una sola parte, ma gli interessi devono essere convergenti e orientati all’aumento della produttività e del reddito dell’impresa. Un aumento o, al contrario, un decremento del reddito, deve riguardare in modo proporzionale e secondo una logica meritocratica individuale anche i dipendenti, i quali devono essere solidali con l’impresa nella buona e nella cattiva sorte, essendo così motivati a profondere tutto il loro impegno per il successo dell’azienda che è allo stesso tempo il proprio.
Non c’è dubbio che un’impresa in cui domina la contrapposizione, basata sull’egoismo reciproco, che pretende senza voler dare, non potrà mai sperare in un successo stabile e duraturo.
Eppure basterebbe guardare non molto lontano dai nostri confini nazionali per capire che il giusto modello di impresa può non essere un’utopia. La Volkswagen è il caso più emblematico. Nel quartier generale di Wolfsburg in Germania, infatti, negli ultimi 35 anni non vi è stato un solo sciopero; nel 1994 gli operai hanno visto una diminuzione dei loro stipendi del 15-16%, ma hanno salvato 30mila posti di lavoro. Quando le cose sono andate meglio successivamente, hanno partecipato ai risultati dell’azienda (nella misura del 10% operativo) e a marzo hanno siglato un nuovo contratto di lavoro che prevedeva un aumento dei salari del 3,2% e un pagamento straordinario da 500 a 1000 euro.
In Italia le cose non vanno per lo stesso verso. Lo dimostra il caso Fiat e il referendum che ha visto coinvolti i lavoratori della più grande azienda automobilistica nazionale.
Marchionne, pur avendo vinto con il referendum, si ritrova con le maestranze spaccate in due, una situazione che riflette quella politica del nostro Paese. In queste condizioni, sia l’azienda Fiat che l’azienda Italia non hanno grandi speranze. La guerra non conviene a nessuno, neanche a chi pensa di averla vinta.
L’Italia ce la può fare se gli Italiani capiscono che per crescere bisogna essere coesi e che l’unica strada possibile è quella che si percorre insieme.
A cura di : Antonio Persici
Fonte : Redazione OIPA Magazine
Tags :
lavoro, Pa, concertazione, meritocrazia, collaborazione